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Novalis

Il movimento romantico

Novalis (1772- 1801)



Accadde ad uno d'alzare il velo della dea di Sais
e cosa vide? Egli vide, miracolo dei miracoli, sè stesso
.




Particolare filosofo autodidatta, scrittore, guidato da forze artistiche misteriose, amante del magico e del romantico rappresenta un po’ il fantasma di tutti noi con le sue inclinazioni, il nostro più intimo amico tanto raffigura così vicino la normale condizione umana. E’ un filosofo-poeta da piccoli circoli, che desidera essere amato in gran segreto, volutamente e felicemente impopolare. Le sue parole, benché tradotti, e i suoi volumi ampiamente venduti rimangono, comunque, da decifrare perché ricche di frasi sottointese che solamente chi saprà leggerle con la dovuta dedizione e amore riuscirà a penetrarle. Il suo idealismo magico si rivolgeva a tutto ciò che misteriosamente doveva ancora avvenire e come un viaggiatore insaziabile tendeva ad una sorta di elevazione, desiderata per distinguersi da tanti altri: “
la sua delicatezza femminea si è espressa con carezze e con speranze con pensieri alati, con pulviscolo leggero e con nubi eteree, fatte per stare molto in alto, fuori dalla vista dei più..” Novalis rappresenta l’esempio tipico della più ampia separazione tra uomo pratico e uomo del sogno: le cose più semplici le rivestiva di magia e mistero che sembrano portare in un mondo diverso dal nostro, molto distante ed ideale; poeta dotato di grande immaginazione, infatti, era riuscito a ricreare con l’immaginazione il mondo ideale fatto di frasi sussurrare, parole cristalline, fruscii di anime: un uomo che vedeva (con il suo idealismo magico) un mondo perfetto non poteva accontentarsi di un mondo imperfetto.

Il suo bisogno di porgere le infinite ammirazioni nei confronti di chi incontrava lo portava ad una sorta di screditamento nei suoi confronti, come se mancasse di serio senso critico: si innamorava ed ammirava tutte le persone, sentiva il bisogno di far loro una dichiarazione o di presentare un omaggio del suo geni poetico. Ma se da un punto di vista comportamentale umano l’accreditare a dismisura l’altro determina una propria condizione sfavorevole e di sottomissione c’è da considerare un altro aspetto della sua indole: il suo spirito aveva un urgente bisogno assoluto di idoli e collaboratori:
senza le stampelle dell’entusiasmo gli pareva di non poter fare nulla. L’esagerazione della passionalità di Novalis, dunque, era portato sino all’inverosimile, senza alcuna remora né timore, atteggiamento che, ripetiamo, provocherebbe ancor oggi diffidenza nei confronti di chi riceve tanto calore umano senza contare che un simile atteggiamento provocherebbe una condizione di sottomissione. Infatti un uomo simile è male armato contro gli uomini, penetrabile e troppo afferrabile.

Sui frammenti:

Un uomo che patisce di innamoramento e di vocazioni improvvise deve produrre opere in pezzi, frammentarie, scucite e senza spina dorsale. Le opere incomplete hanno il vantaggio di essere maggiormente creative rispetto a quelle ormai chiuse nelle quali non è possibile aggiungere nulla. I frammenti si pongono, infatti, come una sorta di incipt che invitano il lettore e alla riflessione mettendo in atto quei meccanismi di criticismo filosofico esistenziale propria della filosofia pratica. Certo un’opera frammentaria potrebbe contenere degli errori che, nell’eccezione contraria all’uso consuetudinario, possono rappresentare anche un volere dell’artista; l’inesattezza fa parte anche del genio creativo e del mondo fantastico dell’artista. D’altra parte non bisogna dimenticare che è proprio dell’artista il desiderio di essere liberi da imposizione e regole e la loro produzione rappresenta, dunque, la massima espressione di svincolare da imposizione che, il più delle volte, sono improprie alla condizione umana. Ecco che Novalis
non ha mai sottostato alle miserabili gabbie dei sistemi né ha veduto la il mondo attraverso le regole inferriate di una certezza logica, ben certo che avrebbe acquisito l’onere della dimenticanza. La sua ispirazione era del tipo giornaliero, senza metodo, senza curarsi di tenere inchiodate le idee con una grande capacità di sperimentare internamente il mondo vissuto. Egli vedeva e profetizzava le cose che vedeva e aveva una grande capacità di sperimentare le cose intorno a lui, internamente, interiormente. Infatti disprezzava il compito "misero" dello scienziato che si limitava semplicemente a sperimentare fuori da sè, secondo protocolli ben noti e stabiliti. Come idealista è un intossicato, malato di una sindrome rara poiché i medici non riescono a trovare nulla nei loro tomi preconfezionati. L’idealista perde il significato del reale donando il suo tempo allo sguardo meditativo e prolungato consapevole di essere un mago creatore della realtà sperimentando nell’ IO il non IO. E’ necessario vivere di questo pensiero e, nella magia del sogno, vivere la realtà. La poesia, l’immaginazione, il sogno, la fantasia, sono tutte cose lontane dalla realtà ma è grazie ad essi che è possibile viverla meglio, dunque crearla. Ma L’idealismo è pur sempre qualcosa di astratto, non tangibile, si sta sempre nel mondo delle idee. Una volta che l’idealismo ha tradotto il linguaggio comune in un altro grazie all’ironia, la solitudine, il sogno e l’immaginazione è necessario fare un salto per compiere il passo pratico per non rimanere fermi alla contemplazione egocentrica ed egoistica. Il passo successivo è determinato dalla consapevolezza che il mondo è da noi determinato, modificabile a nostro volere e arbitrio.

La filosofia invece che un sistema scolastico di formule è una cosa animata, dinamica, capace di riflettere la realtà e l’insegnante non è altro che un mezzo di un sistema rivelatore: “
sotto l’io giornaliero c’è un io più profondo, trascendentale, più vero e più nostro, più geniale e creatore dell’altro; il ritrovamento dell’io che detta al poeta le poesie, al filosofo le idee, per potere un giorno recuperare il possesso del mondo”. Il motore che permette di scoprire l’io più profondo è l’ironia e la poesia romantica che si innesca grazie al non definito, al nascosto, a tutto ciò che appare ai nostri sensi lontano.

La filosofia di Novalis è dunque una filosofia del volere non nel senso metafisico ma pragmatico. Il volere ci dona il potere sulle credenze e sui sensi e di conseguenza sul mondo.

L’idealismo magico

E’ la concezione idealistica della realtà di Novalis in quanto tutto (anche la realtà) deriva dallo spirito che domina su tutto. Tutto ciò che ci circonda non è altro che un sogno o destinato a divenire tale:
C’è un potere, una capacità di produrre sensazioni a nostro paicere. La fede è un potere arbitrario di questo genere, capace di produrre sensazioni legate con la coscienza con la realtà assoluta di ciò che è sentito.

Uno riuscì a sollevare il velo della dea Salis e che cosa vide? Vide, meraviglie delle meraviglie, sé stesso. E’ un fenomeno straordinario quello di scoprire la propria esistenza e per l’uomo il più grande segreto è sé stesso.

  • L’idealista magico è colui che riesce a trasformare parimenti le cose in pensieri e i pensieri in cose ed ha in suo potere ambedue le cose.
  • Mago è un poeta, il poeta sta al mago come l’uomo di gusto al poetapazzia e la magia hanno una grande rassomiglianza. Un mago è l’artista del delirio.
  • Fantasia è quel senso meraviglioso che può restituirci tutti i sensi e sta sì bene sottoposta al nostro arbitrio. Mentre i sensi estremi appaiono completamente sottoposti alle leggi meccaniche la fantasia, invece, è chiaramente sciolta dal presente e da ogni contatto con gli eccitamenti esterni.
  • Scrivere come se si componesse musica
  • Maggior parte degli scrittori sono insieme i loro lettori nel tempo in cui scrivono; e da ciò provengono nelle opere tante tracce del lettore, tante osservazioni critiche le quali appartengono al lettore e non allo scrittore. Lineette di interruzione, parole in stampatello, frasi in rilievo. Il lettore pone a suo arbitrio l’accento e fa in realtà di un libro ciò che vuole. Non v’è nessun modo di leggere, nel senso comune, che abbia un valor generale. Leggere è una libera operazione. Cosa e come debbo leggere nessuno può prescrivermelo.


Giacinto e Fiorellin di Rosa
dai discepoli di Sais


Il giovane Giacinto è innamorato di Fiorellin di Rosa e tutti i fiori e le piante lo sanno. Ma venuto a sapere da uno straniero delle strane cose Giacinto abbandona Fiorellin di Rosa e va via di casa. Dopo tanto girovagare in un tempio, dove trova tante cose nuove ma allo stesso tempo come se fossero già note, trova Fiorellin di Rosa e Giacinto riconosce, a livello di autocoscienza, il suo amore e quindi sé stesso.

Tanto tempo fa viveva un ragazzo. Era buono ma anche bizzarro oltre misura. Si crucciava per un nonnulla e se ne andava solitario e silenzioso, si sedeva in disparte mentre gli altri giocavano ed erano allegri e si abbandonavano a pensieri strani. Tra le ragazze ce n’era una bellissima, splendida, sembrava di cera i capelli erano di seta. Ma un giorno Giacinto incontrò uno strano tipo che venne da terre sconosciute che gli raccontò tante cose su luoghi fantastici e meravigliosi. Fiorellin maledì il vecchio stregone poiché Giacinto, smanioso dei suoi discorsi, se ne andò via attraversando valli e luoghi selvaggi, monti e fiumi, verso una terra misteriosa, selvaggia ed inospitale. Un giorno incontrò dei fiori a cui chiese: “cari abitanti dove posso trovare la residenza di Iside?” “Anche noi siamo di passaggio” risposero i fiori, “ma Sali da dove siam scesi e troverai la soluzione”. Giacinto seguì il loro consiglio, domandò e domandò e alla fine giunse alla dimora che aveva cercato, nascosta da palme e da altre piante rare. Io cuore gli batteva in un desiderio senza fine e in questa dimora si sentì percorrere da una dolcissima trepidazione. Si addormentò fra profumi celestiali perché solo al sogno era possibile condurlo nella parte più sacra e riposta del tempio. Era straordinario, il sogno lo condusse fra cose che gli sembravano già note eppure di una magnificenza mai vista; ma ecco anche l’ultima traccia terrena scomparve come se si fosse dissolta nell’aria ed egli si trovò al cospetto della vergine celeste; sollevò allora il velo sottile e rilucente e Fiorellin di Rosa cadde fra le sue braccia.


da Enrico di Ofterdinger


L’Enrico di Ofterdingen è un romanzo pedagogico di autoformazione in cui il protagonista sogna un fiore azzurro che gli sfugge proprio mentre sta per raggiungerlo. Esso è infatti il simbolo del sempre agognato e mai raggiunto eppure in qualche modo conosciuto.

Il ragazzo era disteso sul suo giaciglio, inquieto, e pensava: “provo il desiderio ardente di dare uno sguardo al fiore azzurro, non ho mai provato una sensazione simile, è come se avessi appena sognato o come se mi fossi assopito e trasportato in un altro mondo. Il ragazzo a poco a poco si smarrì in dolci fantasie e di addormentò e nel sogno gli apparivano regioni sconosciute e selvagge […] nel suo girovagare vide il fiore azzurro; lo osservò a lungo con una tenerezza indicibile. Alla fine volle avvicinarsi, quando il fiore iniziò all’improvviso ad agitarsi e a trasformarsi: le foglie divennero ancora più lucenti e si modellarono lungo lo stelo che diventava sempre più alto. Il suo dolce stupore crebbe fin quando, all’improvviso, lo svegliò la voce della madre e si trovò nella camera dei genitori che la luce del sole del mattino aveva già tinto d’oro. Era troppo estasiato per prendersela per questa interruzione, anzi augurò di buon umore “buon giorno” alla madre e ricambiò il suo abbraccio affettuoso. “Ehilà dormiglione” disse il padre “è già tanto che suono qui a limare. E per colpa tua non mi hanno lasciato usare il martello. La mamma voleva lasciare dormire il caro figlioletto. Sei stato furbo a scegliere di diventare maestro e per questa tua scelta noi dobbiamo stare svegli e lavorare. Ma un uomo dotto che si dà da fare, a quanto mi è stato detto, deve sfruttare anche le notti per studiare le grandi opere dei saggi che ci hanno preceduto”.




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